Archivio di agosto 2010

Il segreto per una relazione ricca e duratura

11_08-la-sposa-cadavereCiao,

ho trovato il segreto per una relazione sentimentale piena ed autentica in una fiaba/mito delle popolazioni Inuit.

Chi ha letto “Donne che corrono coi lupi” dell’analista junghiana Clarissa Pinkola Estés, conosce sicuramente la storia de “La donna scheletro” ed il suo messaggio circa i rapporti uomo/donna.

Le storie, i miti tramandati oralmente, le fiabe raccontate di generazione in generazione, contengono delle verità universali che possono essere riconosciute dagli appartenenti di ogni cultura poichè sono espresse sotto forma di archetipi.

E gli archetipi (si sa) fanno parte di tutte le culture del Mondo poichè li attingiamo da quel serbatoio comune che è l’immaginario collettivo/ ancestrale di ogni tempo e luogo.

La storia che segue va collocata pertanto in un non-luogo atemporale e quindi, sebbene scritta tanti anni fa in un spazio assai distante dalla cultura postmoderna, ancora ci parla di noi e delle nostre relazioni sentimentali.

LA DONNA SCHELETRO

Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse cosa. Il padre l’aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare. I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.


Un giorno arrivò in quella baia, dove un tempo andavano in tanti, un pescatore. Ma quel pescatore veniva da lontano e non sapeva che i pescatori locali si tenevano ormai alla larga da quella piccola baia che dicevano frequentata da fantasmi.

L’amo del pescatore scese nell’acqua e si impigliò nelle costole della Donna Scheletro. Pensò il pescatore: “Ne ho preso uno proprio grosso!” Intanto pensava a quanta gente quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire, a quanto sarebbe durato, per quanto tempo avrebbe potuto restarsene a casa tranquillo.

E mentre stava cercando di tirare su quel gran peso attaccato all’amo, il mare prese a ribollire, perché colei che stava sotto stava cercando di liberarsi. Ma più lottava e più restava impigliata. Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie, con le costole agganciate all’amo.

Il pescatore si era girato per raccogliere la rete e non vide la testa calva affiorare dalle onde, non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite del teschio, non vide i crostacei sui vecchi denti d’avorio.

Quando si volse, l’intero corpo era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak, tenendosi con i lunghi denti anteriori.

“Ah!”, urlò l’uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia, gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa, e le orecchie diventarono rosso fuoco. “Ah!” gridò, e la gettò giù dalla prua con il remo, e prese a remare come un demonio verso la riva.

Non rendendosi conto che era aggrovigliata nella lenza, era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e seguirlo a riva. Per quanto andasse a zig zag restava lì dietro ritta in piedi e il suo respiro rovesciava sulle acque nuvole di vapore, e le braccia si lanciavano in acqua come per afferrarlo e trascinarlo nelle profondità del mare.

“Ahhhhhhh!”, gemeva cercando di raggiungere la terra. Saltò giù dal kajak, prese a correre tenendo stretta la lenza, e il cadavere bianco corallo della Donna Scheletro, sempre impigliata alla lenza, lo seguiva a balzelloni.
Corse sugli scogli, e lei lo seguiva. Corse sulla tundra ghiacciata, e lei lo seguiva. Corse sulla carne messa a seccare, riducendola in pezzi poichè vi affondava con i suoi mukluk.

Lei gli era sempre dietro, e intanto afferrò un pesce congelato e prese a mangiarlo, perchè da gran tempo non si rimpinzava.
Alla fine l’uomo raggiunse il suo igloo, si lanciò nella galleria, e a quattro zampe penetrò all’interno. Ansimando e singhiozzando giacque nell’oscurità, con il cuore che batteva come un tamburo. Finalmente al sicuro, sì, al sicuro, grazie agli dei, al sicuro…finalmente.

Ma quando accese la lampada all’olio di balena, eccola, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve con un tallone sulla sua spalla, un ginocchio dentro alla gabbia toracica, un piede sul suo gomito.
Non seppe poi dire come fu: forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti, o forse perché era un uomo solo, fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza, e lentamente allungò le mani sudicie e, con le parole dolci che una madre avrebbe rivolto al figlio, prese a liberarla dalla lenza.

“Ecco, ecco”, prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie. “Ecco, ecco”. E continuò nella notte, e la rivestì di pellicce per tenerla al caldo. Le ossa della Donna Scheletro erano esattamente nell’ordine che dovevano avere in un essere umano.

Cercò la pietra focaia, usò i suoi capelli per avere un po’ più di fuoco. Di tanto in tanto la guardava mentre ungeva il legno prezioso della sua canna da pesca e riavvolgeva la lenza.
E lei non diceva una parola – non osava – perché altrimenti quel cacciatore l’avrebbe presa e gettata dagli scogli, e le sue ossa sarebbero andate in pezzi.

All’uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare. Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall’occhio di chi sogna, non sappiamo mai quale sorta di sogno la provoca, ma sappiamo che è un sogno di tristezza o di struggimento. E questo accadde all’uomo.
La Donna Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco, e d’improvviso sentì un’immensa sete. A fatica si trascinò accanto all’uomo addormentato e posò la bocca su quella lacrima.
Quell’unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finchè la sua sete di anni non fu placata.

Mentre giaceva accanto a lui, frugò nell’uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente. Si mise a sedere e si mise a picchiare sui due lati del cuore: “Bum! Bum!”.
Mentre suonava si mise a cantare: “Carne, carne, carne! Carne, carne, carne!”. E più cantava più si riempiva e ricopriva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi, e per mani piene. Cantò la linea tra le gambe, e il seno, abbastanza grande da trovarvi calore, e tutte le cose di cui una donna ha bisogno.
E quando ebbe tutto fatto, cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente, e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle. Rimise il grande tamburo, il suo cuore, nel suo corpo, e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell’altra, aggrovigliati dalla loro notte, in un altro mondo, bello e duraturo.

Quelli che non rammentano il perchè della sua cattiva sorte di un tempo, dicono che lei e il pescatore andarono via e furono ben nutriti dalle creature che lei aveva conosciuto nella sua esistenza sott’acqua.
Dicono che è vero, e che è tutto quanto loro sanno.
<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<

Ora torniamo al nostro tempo e vediamo cosa può insegnarci il mito della donna scheletro .

L’analisi della storia che segue è stata brillantemente redatta dalla professoressa Clarissa Pinkola Estés e da me qui rielaborata.

La storia si apre su una colpa, una colpa da espiare, mai spiegata dal racconto. Una colpa che potrebbe essere presunta oppure accertata. Una colpa che macchia la protagonista all’origine e per la quale subisce una severissima punizione paterna: la donna è buttata in mare.

Il padre la rifiuta. La abbandona e la riversa nelle accoglienti braccia marine.

Questa fase rappresenta la dimensione in cui è nato il senso di indegnità e immeritevolezza per le proprie mancanze, a causa di un non adeguamento all’ordine socialmente prestabilito di cui si fanno portatrici e portatori molte donne e molti uomini.

La seconda fase, rappresentata dalla perdita della carne mangiucchiata dal lavorio del mare e dei suoi abitanti, è la fase in cui si trova chi è spogliato da tutto e resta da solo con la propria essenza.

La parte più evocativa del racconto è quando il pescatore crede di aver addescato un grosso pesce e, felice, immagina il riconoscimento sociale per il suo successo.

Si congratula con se stesso, pensando a quanti complimenti la gente gli farà per la sua ottima pescata.

Questa è la fase in cui un uomo o una donna si compiacciono per la buona riuscita di una “acchiappata”.

La metafora della pesca è eloquente: “Ne ho preso proprio uno grosso” – pensò il pescatore.

Ma “l’acchiappo” (mi si passi l’epressione gergale) si rivela essere altro rispetto a quanto si era immaginato.

La pescata allora appare meno buona di quanto si sperasse ed il pescatore fugge impaurito davanti alla presenza della donna scheletro.

Dopo la prima fase dell’innammoramento, fatte cadere le costruzioni artificiali intorno all’oggetto amato, ci si trova innanzi alla verità nuda e cruda: l’acchiappo si mostra per quello che è, nella sua essenza e non appare più quell’essere perfetto sul quale si erano ricamati sogni e desideri.

La fuga del pescatore è la fuga dal non-bello che una relazione sentimentale prima o poi apporta.

Significa in tal caso scappare dinanzi alle criticità, ai lati buii, ai grovigli della relazione.

La soluzione più immediata appare quindi l’evasione.

Per analogia se si trasporta la fuga del pescatore ad un rapporto di coppia, questa fase potrebbe rappresentare due cose:

a) la fine di una relazione

b) il sotterramento di ciò che si è visto come non bello

In entrambi i casi c’è un rifiuto nel voler affrontare il non bello e si opta per una soluzione che lascia in sospeso molte situazioni irrisolte.

Ma il pescatore nel buio del suo igloo ha poi un sussulto empatico di commozione e decide di sbrogliare la donna scheletro dalla lenza.

Ecco allora che pazientemente ne libera le ossa e metaforicamente affronta la matassa delle problematicità venendone a capo.

Questa è la fase più coraggiosa e liberatoria, ovvero quando si decide di restare, di guardare il brutto e affrontarlo.

Oltre il non bello si celano tesori inesplorati, molto più belli di quelli visti in superfice.

Oltre il non bello c’è un senso di intimità maggiore, un terreno di autenticità su cui costruire basi di fiducia solide, una promessa di complicità duratura che è il premio per chi ha deciso di sbrogliare la matassa.

Oltre il non bello c’è il vero, c’è l’accettazione per l’essenza dell’altro e di sé. Oltre il non bello c’è l’amore autentico.

L’accettazione dell’altro così come è, fa ricrescere la carne attorno alle ossa della donna scheletro, così come in una relazione si riempiono i vuoti scavati nel tempo dal senso di inadeguatezza.

Il non bello, del resto, è solo questo e si chiama “vulnerabilità umana“.

Il regalo per chi resta è una relazione fondata sulla veridicità della propria natura ed un’accettazione incondizionata di sè.

In altre parole, il dono più grande per chi decide di andare oltre il non bello è la piena e riconosciuta libertà di essere così come si è, amati e ricambiati per la propria natura interiore.

Il non bello va quindi riconosciuto, affrontato, risolto, accettato

Oltre il non bello c’è la propria natura divina e perfetta.

Oltre il non bello c’è unità, che è la base per qualsiasi relazione che voglia essere ricca e duratura.

:-)

Grazie a Clarissa Pinkola Estès per il suo lavoro di ricerca che mi ha permesso di rivisitare il mito della donna scheletro.

A presto.

Simona

PS

Questo post inaugura la sezione “Risveglia la Dea che è in te. Riappropriarsi del potere femmineo” dedicato in particolare alle donne che partecipano al corso omonimo per il benessere femminile.

Per iscriversi a Risveglia la Dea che è in te. Riappropriarsi del potere femmineo” registrarsi qui:

www.simonavitale.com

PS2

Per aggiungerti al gruppo facebook vai qui in basso:

Risveglia la Dea che è in te



La meditazione della Luce Bianca

meditazione luce biancaCiao,

ho creato per te la meditazione della luce bianca un audio  che infonde coraggio e fiducia da ascoltare prima di affrontare una prova importante: un esame, un’esibizione, un appuntamento, una gara, un incontro nel quale ti sarà chiesto di parlare in pubblico, etc.

La meditazione della Luce Bianca è nata così:

Qualche mese fa un mio amico doveva sostenere un esame all’Università e la sera prima era molto agitato perchè temeva di farsi prendere dall’emotività e rovinare così un momento cruciale nella sua carriera accademica.

Si confidò con me circa le sue paure ed io al momento inventai una meditazione per fargli ritrovare la calma, la centratura e la sicurezza in se stesso.

L’esame andò bene e mi ringraziò più volte, ma io gli ricordai che era merito suo aver riacquistato la fiducia nelle proprie capacità.

Seguirono altri esami ed il mio amico ancora rievoca le parole di quelle sera prima di recarsi all’università e sostenere una nuova prova.

Sebbene io faccia uso della pratica meditativa tutti i giorni, non avevo mai ascoltato quelle parole che mi uscirono di bocca spontaneamente e da allora non ci pensai più.

Poi, un mese fa circa, si presentò una situazione analoga.

Una mia amica era molto preoccupata per via di un’esibizione di danza che avrebbe dovuto fare da lì a poche ore.

Mi chiese di darle la mano e infonderle coraggio.

Eravamo su di un autobus, io le tenni la mano e ripescai dalla memoria la meditazione che avevo inventato per il mio amico. La rielaborai, la resi più articolata e la pronunciai nuovamente.

La mia amica si abbandonò in uno stato di pace e l’esibizione fu un successo.

Qualche giorno fa ho pensato di scrivere la meditazione, poi ribattezzata della Luce bianca, affinchè non vada persa nei meandri dell’oblio.

Grazie a Felicia Ursarescu di FeliceMentericca.com, che ha curato l’editing dell’audio, ho così creato “La meditazione della Luce Biancache può essere scaricata in questa pagina.

Come spiego nell’audio:

L’uso costante della pratica meditativa non ha controindicazioni, ma solo benefici.

Meditare ogni giorno rafforza il sistema immunitario, la concentrazione e migliora il sonno.

Meditare inoltre ti aiuta ad essere più centrato ed equilibrato nella vita.

Favorisce uno stato d’animo calmo ed una maggiore lucidità.”

Contrariamente a quanto si crede, meditare non impone posture complesse, nè richiede un viaggio doloroso nell’inconscio.

E’ una pratica rigenerante nella quale si sospende per qualche minuto il chiacchiercco interiore con l’effetto sbalorditivo di sentirsi più centrati e fiduciosi.

Ricapitolando..l’uso prolungato della pratica meditativa:

- Rinforza le difese immunitarie

- Favorisce sonni ristoratori

- Placa le ansie

-Incrementa l’autostima

- Stimola il coraggio

- Aiuta la concentrazione

- Acquieta l’animo in uno stato di pace interiore

- Favorisce la lucidità

…grazie al contatto con le risorse interiori che ciascuno possiede ed il cui serbatoio è praticamente illimitato.

:-)

Spero che l’ascolto di questo audio ti porti coraggio e serenità.

Un abbraccio di cuore.

:-)

Simona

PS

Raccontami la tua esperienza con la pratica meditativa. Hai mai meditato? Che tipo di benefici ne hai ricavato?

Scarica ora GRATUITAMENTE il report:
"Perchè non ha senso temere la data 2012"



Inserisci qui in basso il tuo nome e l'e-mail su cui desideri ricevere il report OMAGGIO

NB: iscrivendoti riceverai immediatamente il report e successivamente altri omaggi, inoltre sarai avvertito di tutte le novità legate a questo sito (in ogni email sarà presente un link per cancellarsi e non ricevere più notifiche, quindi massima libertà). I dati non saranno mai ceduti a terzi. Inserendo i propri dati si accettano automaticamente queste condizioni. Inserendo il nome e l'email nel form si dichiara anche di aver letto ed accettato interamente l'informativa sulla privacy.
Come diventare una Dea
Tre passi per essere divina

di Simona Vitale



L'intento dell'ebook non è soltanto quello di andare a recuperare una memoria mitica perduta ed in parte rimossa, ma anche quello di fornire le tre chiavi per vivere appieno la femminilità: consapevolezza, creatività ed autorità interiore, nonché di contribuire alla diffusione di una forma pensiero egualitaria, di sostanziale pace tra i sessi e di valorizzazione delle specificità di genere.

Clicca qui per acquistarlo a 5,90 euro

DONNE ED AUTOSTIMA
ANSIA? NO PROBLEM
Ad
IMPARA A DIRE NO
Ad
CAVALCA LA FORTUNA
Ad
LA SOLUZIONE ALL’INSONNIA
TOP E-BOOK

Ebook
LE 7 DEE E GLI 8 DEI DENTRO DI TE
LE 7 DEE E GLI 8 DEI